La riscoperta dell’uomo artigiano.
Intervista al sociologo Richard Sennett
di Daniele Castellani Perelli, tratta da “Corriere della Sera”, 14 novembre 2008
“Negli ultimi vent’anni il capitalismo si è fatto guidare dalla mentalità dell’alta finanza, che chiede profitti immediati e non ha una visione di lungo raggio della produttività. È stato questo il suo errore. Avrebbe dovuto invece ispirarsi all’etica e alle qualità degli antichi artigiani: conoscenza degli strumenti, perfezionismo, capacità di prevedere le conseguenze del proprio lavoro, pensiero rivolto non solo al profitto”. Secondo il sociologo di Chicago Richard Sennett, il mondo del lavoro deve ripartire da qui, dalla figura dell’artigiano invece che dal broker di Wall Street. Una ricetta nostalgica? “Per nulla - risponde il professore dell’Università di New York e della London School of Economics, già autore di L’uomo flessibile e La cultura del nuovo capitalismo, che torna nelle librerie italiane a fine novembre con L’uomo artigiano< (Feltrinelli) -. Gli artigiani vanno scomparendo, è vero, ma la loro lezione è viva in tante nuove figure, come i programmatori del sistema operativo Linux, che sono un po’ i carpentieri dei nostri giorni”.
Professor Sennett, che cos’è per lei "l’uomo artigiano"?
on questa espressione non mi riferisco solamente a chi pratica un lavoro manuale artigianale, ma a chi si impegna nel fare un buon lavoro, nell’arte del saper fare, e ne sviluppa le abilità specifiche. Una vasta gamma di lavori richiede tecniche complesse. Pensiamo anche alle infermiere. Forse non hanno bisogno di un lungo addestramento, ma le loro tecniche sono raffinate e utilissime alla società. Su questo tema è importante evitare lo snobismo, non pensare che solo professioni molto complicate richiedano abilità sofisticate.
Lei si è spesso occupato dell’etica del lavoro. Quali sono i valori dell’uomo artigiano?
Questo è un tema dolente. A volte, accecati dal desiderio di perfezione, presi dalla sfida della tecnica, si rischia di perdere di vista l’aspetto etico, le conseguenze del nostro lavoro sulle altre persone. Facciamo l’esempio di Robert Oppenheimer, lo scienziato che progettò la bomba atomica. Era ossessionato da quel lavoro, pensava solo al modo migliore di portarlo a termine, e fu solo nel giorno in cui vide esplodere la bomba che capì quali potevano esserne le conseguenze. Credo che anche in questo consista l’etica dell’artigiano: nel saper guardare dal di fuori il proprio lavoro, nel non fermarsi all’aspetto tecnico e comprenderne invece le conseguenze sull’umanità. Nel capitalismo contemporaneo, però, l’aspetto etico non è una priorità. Oggi l’organizzazione del mondo del lavoro non incoraggia le persone a perfezionarsi, e non retribuisce adeguatamente i lavoratori. Viviamo in un’era high-tech, ma è un’era in cui le virtù dell’artigiano non sono un valore economico, e per questo dovremmo riscoprirle.
Oggi l’uomo artigiano è una specie in via d’estinzione a causa della globalizzazione?
Mi dispiace dirglielo, ma questo è solo un cliché... Oggi abbiamo rimpiazzato alcune figure "artigianali" con delle nuove. Un buon artigiano è ad esempio il programmatore di computer. Un tema che mi appassiona molto è quello dell’"artigianato scientifico": un laboratorio somiglia molto alla bottega di un antico artigiano.
Tuttavia riconoscerà che l’odierna flessibilità, tema a lei caro, fa sì che i giovani di oggi (e anche i meno giovani) debbano cambiare lavoro in continuazione, e questo non aiuta certo la qualità.
Su questo punto ha ragione. Così non ci si forma, non si migliora.
Cosa ci insegna la crisi finanziaria, da questo punto di vista? Che dobbiamo tornare ad apprezzare il lavoro pratico, l’operaio invece del broker?
Chi lavora nella finanza ha dimenticato la lezione dell’artigiano, perché non è stato in grado di utilizzare gli strumenti del suo lavoro. Per anni hanno guadagnato un mucchio di soldi con grande facilità, senza che ci fosse nemmeno bisogno di capire cosa stessero facendo. Si è rivelato un errore, e osservo che le aziende che oggi si stanno salvando dalla crisi finanziaria sono proprio quelle che hanno messo maggiore enfasi su quelle che io considero le virtù dell’artigiano”.
Come è cambiato il mondo del lavoro dal 1998, anno in cui lei pubblicò L’uomo flessibile?
Quando scrissi quel libro, il "nuovo capitalismo" tecnologico e flessibile era in fasce, e prometteva miracoli. La sua versione tecnologica e scientifica ha fatto progredire l’umanità, non c’è dubbio, ma con l’alta finanza ha creato soprattutto dei disastri, e penso a tutti quelli che, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, stanno vedendo crollare le proprie pensioni. Le aziende si sono prostrate davanti alla finanza, e al suo ragionare solo per short-term thinking.
In Italia siamo piuttosto depressi. Ci dica qualcosa per tirarci su.
Nel Nord Italia l’uomo artigiano non è affatto scomparso. Ci sono tante aziende di mobili o di macchinari che fanno un lavoro fantastico. Da come parlano certi miei amici, so che in Italia è diventato uno sport piangersi addosso, dire che il Paese è al collasso e sta diventando da Terzo Mondo. Non credo che ve la passiate così male. Il vostro problema è che l’accesso al lavoro altamente qualificato sta diminuendo, cosa che non succede invece in Germania o Gran Bretagna. L’uomo artigiano è sempre più una figura d’élite in Italia. L’India, invece, ha investito una quantità impressionante di denaro per lo sviluppo di istituti tecnici, che non sono affatto destinati ad una élite, ma alla classe media. Ha speso molte risorse per creare tecnici ed esperti pronti per le sfide del XXI secolo, e questo li renderà fortissimi. Non parlo di lavori a basso costo, ma di alta qualità. Quando questo mio ultimo libro è stato pubblicato in India, qualcuno ha commentato: “E allora? Ma è ovvio! È quello che facciamo noi"
mercoledì 3 giugno 2009
lunedì 1 giugno 2009
sabato 30 maggio 2009
All'Architettura di oggi appartiene questo ritmo?
Lettere d'amore del profeta di Kahlil Gibran,
19 maggio 1922
I poeti devono prestare ascolto al ritmo del mare. Un ritmo che è presente in tutti gli scritti del Vecchio Testamento, e quando lo senti, c'è qualcos' altro che sorge aldilà dei suoni. Poi lo risenti, e di nuovo nasce un'altra interpretazione, diversa dalla precedente.
Così sono le onde. Ne vedi una che arriva con tutta la sua forza e s' infrange sulla sabbia, trasportando con sè una densa spuma. Poi un'onda più piccola torna nell'oceano, con in rumore meno intenso: una sorta di rumore secondario. Arriva una seconda onda che si incontra con la prima. E in quel momento c'è una pausa. Immediatamente dopo verrà una nuova onda, e il flusso e il riflusso continueranno per sempre.
Questa è la musica che dobbiamo apprendere: le cose vanno e vengono, sempre.
19 maggio 1922
I poeti devono prestare ascolto al ritmo del mare. Un ritmo che è presente in tutti gli scritti del Vecchio Testamento, e quando lo senti, c'è qualcos' altro che sorge aldilà dei suoni. Poi lo risenti, e di nuovo nasce un'altra interpretazione, diversa dalla precedente.
Così sono le onde. Ne vedi una che arriva con tutta la sua forza e s' infrange sulla sabbia, trasportando con sè una densa spuma. Poi un'onda più piccola torna nell'oceano, con in rumore meno intenso: una sorta di rumore secondario. Arriva una seconda onda che si incontra con la prima. E in quel momento c'è una pausa. Immediatamente dopo verrà una nuova onda, e il flusso e il riflusso continueranno per sempre.
Questa è la musica che dobbiamo apprendere: le cose vanno e vengono, sempre.
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